Il clichè della donna moderna nasce in Italia con gli
anni del regime fascista. Prima di allora la
condizione femminile non era mai stata parte integrante
delle politiche di governo e le donne erano state
relegate ai margini delle istituzioni. A sollevare i
temi dell'emancipazione femminile era stato il movimento
socialista, che, però, ne aveva fatto l'emblema di una
battaglia d'opposizione. Soltanto col fascismo le cose
cambiarono, nel quadro di un'impostazione dei fenomeni
della modernità ispirata ad un governo autoritario.
Questo obiettivo richiese che si individuasse una
particolare e distintiva identità femminile, da
valorizzare e promuovere, cui indirizzare il complesso
delle politiche istituzionali, sociali e culturali poste
in atto in direzione del genere femminile.
Non si può parlare delle donne all'epoca fascista come
di un soggetto unico, in quanto forti erano le
differenze di classe e di cultura. Nonostante alcune
differenze legate al loro trattamento, soprattutto in
relazione alle campagne eugenetiche, lo zelo
antifemminista delle dittature fascista e nazista, le
leggi tese a relegare la donna al focolare domestico, la
pubblica esaltazione della maternità a sostegno della
forza dello Stato nazionale furono sufficientemente
simili da poter parlare di una comune politica verso le
donne. La giornalista Irene Brin ha osservato: "La
generazione della donne italiane giunta a maturità negli
anni Trenta era rumorosa, ingenua e triste; sebbene
terribilmente cosciente di sé, era ignara di dover
soggiacere alle costrizioni più assurde. Nel sentirsi
libere da ogni vincolo morale, sentimentale e fisico da
non accorgersi, se non troppo tardi, che avevano perduto
la loro libertà".
Fu proprio l'apparente normalità delle limitazioni
delle libertà femminili a renderle
particolarmente
mistificanti, insidiose ed avvilenti. Da un lato i
fascisti condannavano tutte le pratiche sociali connesse
con l'emancipazione femminile, dal voto al lavoro
extradomestico, al controllo delle nascite, cercando,
per di più, di estirpare quegli atteggiamenti volti
all'affermazione dei propri interessi individuali che
sottostavano alle richieste di autonomia ed eguaglianza
da parte delle donne. Dall'altro lato, nel tentativo di
accrescere la forza economica della nazione e di
mobilitare ogni risorsa disponibile - inclusa la
capacità riproduttiva delle donne - i fascisti finivano,
inevitabilmente, per promuovere quegli stessi
cambiamenti che cercavano di evitare.
La mobilitazione di massa, la modernizzazione dei
servizi sociali ed, infine, il militarismo degli anni
Trenta ebbero l'effetto imprevisto ed indesiderato di
intaccare la concezione tradizionale della donna e della
famiglia. In altre parole, mentre le istituzioni
fasciste restauravano nozioni antiquate di maternità e
paternità, femminilità e virilità, richiedevano, al
contempo, nuove forme di coinvolgimento sociale.
Comunque la nazionalizzazione delle donne italiane
proseguì con decisione e fu realizzata in termini
autoritari, non liberaldemocratici. Il fascismo prese le
mosse dall'assioma della diversità naturale tra uomini e
donne per affermarla anche in campo sociale e politico a
vantaggio degli uomini. Su questa base fu eretto un
nuovo sistema particolarmente repressivo e pervasivo:
ogni aspetto della vita delle donne fu commisurato agli
interessi dello Stato e della dittatura, dalla
definizione della cittadinanza femminile al governo
della sessualità, alla determinazione dei livelli
salariali e delle forme di partecipazione alla vita
sociale.
In questo sistema, il riconoscimento dei diritti
delle donne in quanto cittadine andò di pari passo
con la negazione dell'emancipazione femminile, mentre le
riforme volte alla protezione sociale delle madri e dei
bambini si intrecciarono con forme brutali di
oppressione. Nel dicembre del 1925 il fascismo mise mano
alla prima riforma sulla questione femminile con la
creazione dell'Omni (Opera Nazionale per la
Maternità ed Infanzia) per la tutela della madre e del
bambino. Nel 1927 partì la campagna per l'aumento delle
nascite, ma il primo serio sforzo per la creazione di
organizzazioni di massa femminili si attuò all'inizio
degli anni Trenta. Per sfruttare il desiderio delle
donne di identificarsi e di servire la comunità
nazionale il regime cercò un difficile equilibrio tra
modernizzazione ed emancipazione.
Mentre si crearono nuovi tipi di organizzazione che
consentissero di soddisfare il desiderio di impegno
pubblico delle donne, si reprimevano le varie forme di
solidarietà femminile ed i valori di libertà,
individuale e politica, in precedenza promossi dalle
associazioni femministe. Queste ultime, in particolare
quelle di origine borghese, sebbene prive di una forte
organizzazione o di un vasto consenso, sopravvissero per
circa un decennio all'avvento di Mussolini. Costrette a
rinunciare alla battaglia per il suffragio femminile,
dopo il 1925, le femministe di un tempo volsero il loro
impegno al volontariato sociale o all'attivismo
culturale, dando vita ad una nuova subcultura femminile
di dimensioni nazionali.
Questo fenomeno venne definito "sano femminismo"
da contrapporre al "vano femminismo". Come
sosteneva la femminista socialista Laura Cabrini
Casartelli, "il
movimento delle donne non
aveva mai raggiunto una grande coscienza propria vivendo
sempre un po' di vita riflessa".
Ciò lo trovò impreparato alla contesa con l'onda alta
della rivoluzione fascista. Ancora la Cabrini Casartelli:
"Erano l'autentico amore per la Patria, un largo
umanitarismo ed un vivo sentimento sociale a spingere le
donne a simpatizzare con il programma fascista di
valorizzazione della vittoria, di esaltazione della
guerra nazionale, di opposizione ad uomini ed a metodi".
Per quanto diffidenti nei confronti dell'esaltazione
della forza operata dal fascismo, le donne erano,
nondimeno, attratte dal suo forte spirito di sacrificio.
Anche se non potevano fare politica, le donne
comparivano anche nelle squadre punitive (anche se fu
una presenza di breve periodo). Un dato interessante:
nel 1921, l' "Almanacco della donna italiana" di
Silvia Bemporad registrò i neonati gruppi femminili
nazionali e fascisti. Venticinquemila nei vecchi gruppi
(Cndi, Unione Donne Cattoliche ed altri gruppi
socialisti) e solo poche centinaia iscritte ai gruppi
fascisti. Fino alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922
le aderenti al movimento non furono più di qualche
centinaio. Tra le fasciste della prima ora ricordiamo
alcune vecchie compagne di lotta del Mussolini
socialista, come Margherita Sarfatti, Regina Terruzzi e
Giselda Brebbia. Altre provenivano dai ranghi
dannunziani delle "fiumane", come Elisa Majer Rizzioli,
la fondatrice dei Fasci femminili; Angiola Moretti,
segretaria dell'organizzazione dal 1927 al 1930, e
Rachele Ferrari Del Latte.
Uno sparuto gruppetto era costituito dalle
sostenitrici sul campo di battaglia delle prime
squadre fasciste, come la spavalda fiorentina Fanny
Dini. Queste donne avevano in comune il disgusto per la
presunta mancanza di valori della società liberale, il
rifiuto del socialismo riformista, il desiderio di uno
Stato forte ed ordinato. Le linee guida per l'attività
dei gruppi femminili, rese pubbliche il 14 gennaio 1922,
sottolineavano il ruolo subalterno riservato alle donne
nella rivoluzione fascista. Dovevano partecipare alle
riunioni ed ai raduni, guadagnare consenso al movimento
attraverso attività caritative, occuparsi di propaganda,
assistere i malati ed i feriti, fare da madrine ai nuovi
fasci di combattimento. Ma era loro esplicitamente
interdetta ogni autonoma iniziativa politica.
Dopo il 1925 le donne organizzate non furono mai più
considerate un interlocutore della politica fascista. La
dittatura riconobbe solo due "movimenti"delle donne: le
organizzazioni femminili fasciste ed i gruppi cattolici,
le prime sostenute, le seconde tollerate. Ciò non
significava che le donne non fossero oggetto di una
politica. Negli anni Trenta, le Italiane erano diventate
"importanti", in quanto mogli e madri esemplari, angeli
del focolare, madri di pionieri e di soldati, milizia
civile al servizio dello Stato. Sono questi solo alcuni
dei titoli onorifici che la dittatura appiccicava alle
donne, a testimonianza dei loro doveri verso il regime e
dei presunti diritti che il regime stesso concedeva
loro.
Le associazioni femminili fasciste (Fasci Femminili,
Piccole (8/14 anni) e Giovani Italiane
(4/17 anni), dipendenti dall'Opera Nazionale Balilla, e
Massaie Rurali, costituite da donne che
risiedevano in Comuni a carattere rurale o che
appartenevano a famiglie di proprietari terrieri,
coltivatori diretti, coloni, mezzadri, con lo scopo di
promuovere l'educazione e l'istruzione delle donne della
campagna, di incrementare l'autarchia economica, di
favorire l'allevamento igienico della prole) erano
organismi nuovi, ma poco vitali, la cui funzione
principale stava nel valorizzare le virtù domestiche
della donna, nel ribadirne l'immagine tradizionale di
"angelo del focolare" diffusa attraverso la stampa, la
letteratura fascista ed i testi per la scuola. I
Fasci Femminili (il primo fu costituito a Monza il
12 maggio del 1920 da Elisa Savoia) erano composti da
donne italiane di sicura fede fascista e buona condotta
morale che avessero compiuto il ventunesimo anno di età.
L'organo centrale era la Consulta, presieduta dal
segretario del Partito e composta dalle ispettrici
nazionali, dalla ispettrice della Gil, dei Guf, dal vice
segretario del Partito, dall'ispettore del Partito per i
Fasci Femminili e dalla Commissaria nazionale
dell'Associazione Donne Artiste e Laureate. Il suo
compito era indirizzare e coordinare tutta l'attività
delle organizzazioni femminili del Partito. Il Fascio
Femminile era istituito presso ciascun Fascio di
Combattimento ed era retto da una segretaria. Quelli
provinciali erano inquadrati nelle Federazioni di
provincia, rette da Fiduciarie nominate dal segretario
del Partito.
Una Consulta provinciale, presieduta dal Segretario
federale, aveva il compito di
coordinare e di dare un
indirizzo unitario a tutte le attività femminili delle
singole province. Interessanti figure erano le
Visitatrici, ossia donne di particolare attitudine che
visitavano le famiglie bisognose a scopo di assistenza
morale e materiale, con speciale cura per ciò che
riguardava la maternità e l'infanzia, riferendo
periodicamente alla Segretaria del Fascio di
appartenenza. In effetti, la fondazione delle
organizzazioni di massa delle donne comportava il
riconoscimento che, in una forma o nell'altra, lo Stato
moderno doveva soddisfare il desiderio di impegno
sociale delle donne.
Le emancipazioniste italiane dovettero fare i conti con
la "donna nuova" del primo dopoguerra, imparando a
rapportarsi alla gerarchie maschiliste, agli
atteggiamenti militaristi, come rispondere al
determinismo biologico ed alla concezione angusta delle
maternità, come rendere compatibile il volontariato,
praticato sotto l'egida delle organizzazioni cattoliche
o femministe, con le burocrazie pervasive del nuovo
Stato sociale e la pretesa scientificità della loro
azione. Anche l'atteggiamento delle donne non
organizzate evidenziava come le Italiane, sotto il
fascismo, non fossero vittime passive e prive di
speranza. Furono, invece, capaci di protagonismo e di
scelte, seppur limitate. Erano diffuse l'inquietudine,
la ribellione, la dissimulazione, lo scetticismo ed una
consapevolezza crescente dei loro diritti di donne e di
cittadine. Per quanto riguarda il consenso al fascismo,
le donne non ebbero a disposizione canali con i quali
esprimere i propri interessi o il malcontento.
Sicuramente la grande maggioranza delle donne,
negli anni Trenta, sostenne il regime ed il Duce, ma
furono le stesse che si sarebbero rifiutate, più tardi,
di rispettare le norme sul razionamento dei beni di
prima necessità, o di consegnare i figli alla leva, e
che avrebbero lottato per impedire la deportazione dei
loro uomini nei campi di lavoro forzato in Germania. La
deferenza verso il Duce andava di pari passo con
l'ironia verso le prescrizioni del regime sulla condotta
femminile. La consegna della fede d'oro o d'argento non
impediva l'esplicita condanna dei programmi demografici
della dittatura. La famiglia poteva farsi permeabile
alle ingerenze dello Stato ed, al contempo, accentuare
il privatismo per resistere alle pressioni crescenti di
un regime sempre più bellicoso.
La dittatura mussoliniana ridefinì i confini tra
pubblico e privato, modificando i rapporti tra
intervento pubblico ed iniziativa individuale, tra
impegno collettivo e vita privata. Come risposta, le
donne cercarono nuove forme di espressione autonoma, che
andavano dallo scrivere romanzi alla cura ed
all'abbellimento della casa. Il discorso del Duce
dell'Ascensione (26 maggio 1927), che pose l'enfasi
sull'incremento del tasso di natalità, segnò un punto di
svolta nella politica sessuale della nazione. Ogni
residua illusione di poter giocare un ruolo attivo nella
costruzione del nuovo ordine andò in frantumi. La
maternità, che definiva potenzialmente ogni aspetto
dell'essere sociale femminile, veniva ridotta all'atto
fisico di produrre bambini.
Le Italiane, pertanto, non dovevano solo affrontare
l'esclusione dalla politica (in cui il loro diritto
di partecipare era stato, almeno formalmente,
riconosciuto con la concessione del voto amministrativo
del 1925: formalmente perchè furono abolite le elezioni
locali quasi in contemporanea), ma rischiavano
l'allontanamento dall'intera sfera pubblica: i loro
diritti sul lavoro, il contributo alla cultura, persino
il volontariato erano messi in discussione dal messaggio
ufficiale che il loro dovere preminente era procurare
figli alla Nazione. E le
autorità statali si
mossero per istituzionalizzare questa concezione
ristretta del ruolo femminile. Il primo passo in questa
direzione fu la rimozione della sessualità illegittima
dagli spazi pubblici con l'intento di spazzar via dalle
strade le prostitute, che entrarono nei bordelli
controllati dallo Stato, in cui erano soggette a
controlli medici obbligatori.
Solo segregando il sesso illecito lontano dagli occhi
del pubblico, e tracciando una netta linea di
demarcazione tra le donne cattive e quelle buone, lo
Stato poteva preservare il luogo e la finalità del sesso
legittimo, che doveva svolgersi nel matrimonio, su
iniziativa dell'uomo, allo scopo di procreare. Il culto
della maternità era pervasivo. Nel doposcuola
producevano fiumi di corredini per le mogli di
emigranti, rimpatriate con l'aiuto del governo per far
nascere figli in patria. Le scuole bombardavano le
allieve con le storie delle loro eroiche madri d'Italia:
Cornelia, madre dei Gracchi; Adele Cairoli, madre degli
eroi del Risorgimento; le due Rose, Guitoni e Maltoni,
mamme, rispettivamente, di Garibaldi e Mussolini. Il
supremo sacrificio era stato quello della madre di
Nazario Sauro, che aveva finto di non riconoscere il
figlio, nel tentativo di salvarlo dal boia austriaco.
Il passo successivo fu quello di dar vita a politiche
maternaliste ad ampio raggio: criminalizzazione
dell'aborto, assegni familiari, assicurazione di
maternità, prestiti per matrimoni e nascite, titoli di
preferenza nella carriera per padri di famiglie
numerose, istituzioni per l'assistenza sanitaria e
sociale alla famiglia ed all'infanzia. Esempio tipico fu
l'istituzione, nel 1933, della Giornata della Madre e
dell'Infanzia, stabilita per il 24 dicembre, la vigilia
di Natale, una scelta che sfruttava il culto cattolico
della Vergine Maria. In questo modo il regime accostava
la madre italiana alla Madre di Dio, alla castità della
Vergine, alla gioiosa nascita di Gesù, al supremo
sacrificio dell'unico figliolo. Doveva essere
un'occasione di riflessione sull'antico culto italico
della Matuta Mater e sull'esempio di abnegazione
della Madonna.
Non a caso, il vero oggetto della celebrazione non erano
le madri qualsiasi, ma quelle prolifiche. Il momento più
alto del cerimoniale del primo anno fu l'adunata
nazionale a Roma, alla presenza del Duce, nel corso
della quale le madri più prolifiche di ciascuna delle
novanta province italiane furono passate in rassegna
come i migliori esemplari della razza. L'altoparlante
non le chiamò per nome, ma per numero di figli:
quattordici, sedici, diciotto. Il pro-natalismo fascista
categorizzò due tipi di genere femminile: la
donna-crisi, cosmopolita, urbana, magra, isterica,
decadente e sterile; e la donna-madre, patriottica,
rurale, florida, forte, tranquilla e prolifica.
In pubblico, le Italiane raramente contestavano che
le donne fossero diverse dagli uomini, che la
maternità fosse la loro principale funzione sociale, che
il benessere dei figli giustificasse qualsiasi
sacrificio di cui fossero capaci. La politica dello
Stato costituì un terribile handicap. Ma le donne
italiane non furono del tutto disarmate di fronte alle
immagini propagandistiche ed alle misure concrete che
facevano della maternità un sacrifico senza tregua ed
una irreversibile subordinazione. La concezione di madre
poteva ancora essere compatibile con una miriade di
altri doveri, vocazioni, ambizioni femminili
perseguibili nella gestione della casa, nei ruoli di
sposa, lavoratrice, aperta, attivista sociale, per non
parlare dei sogni, degli amori e dei pensieri delle
adolescenti. La perfetta donna fascista era un ibrido,
nuovo ed interessante: serviva tutti i bisogni della
famiglia e, al contempo, si faceva carico dell'interesse
dello Stato.
Durante l'emergenza per la guerra d'Etiopia vi fu la
raccolta dell'oro: le donne consegnarono la loro fede e
qualsiasi altro ninnolo possedessero. Quest'adesione
alla causa sembrò varare una nuova unione tra le donne
italiane, le loro famiglie e lo Stato fascista. Nel
momento in cui le mogli rinunciavano alle fedi nuziali
per dimostrare la loro fiducia in Mussolini, e le madri
sacrificavano i risparmi ed i più intimi ricordi di
famiglia, l'emozione femminile si univa alla ragion di
Stato, il nucleo familiare alla nazione, la domesticità
pacifica al militarismo fascista. Oltre al peso
simbolico, le cerimonie dell'offerta degli anelli ebbero
importanti conseguenze pratiche. Determinarono un
rastrellamento dell'oro in tutta la nazione e diedero
forte impulso al proselitismo delle organizzazioni
fasciste presso le donne comuni, con oltre mezzo milione
di nuove iscritte alla fine del 1936, di cui
duecentocinquantamila Massaie Rurali.
La loro organizzazione concentrò la sua azione nella
promozione delle piccole industrie domestiche.
Tradizionalmente, l'allevamento di conigli e galline, i
cesti intrecciati, l'allevamento del baco da seta, la
coltivazione dell'orto consentivano alle donne una certa
indipendenza economica sia nei confronti del marito che
del proprietario terriero. L'organizzazione si diede ad
appoggiare con decisione queste abitudini, che fornivano
cibi più nutrienti ed attività integrative per le
stagioni morte, ma che, soprattutto, portavano un
contributo alla lotta per l'autarchia. Sosteneva,
pertanto, gli interessi elle associate sui mercati dei
centri minori, contestava le piccole tasse ed i dazi
imposti dai consigli comunali sulla singola gallina, sul
mazzo di cipolle o sulle uova portate al mercato;
pubblicava listini dei prezzi; cercava di ottenere per
le massaie associate bancarelle libere da imposizioni
fiscali alle fiere contadine.
Promuoveva, inoltre, le industrie rurali, la più
importante delle quali era la seta. Il massaismo,
promuovendo l'accesso al mercato, consentiva un reddito
autonomo guadagnando autonomia le mogli ed alle figlie
del reggitore. In buona parte, queste piccole somme
venivano spese in prodotti cittadini: scarpe nuove,
nastri e, soprattutto, stoffe di seta artificiale con le
quali amavano vestirsi le donne di campagna alla metà
degli anni Trenta. Forse l'organizzazione rafforzava
l'orgoglio per i costumi e le tradizioni rurali, ma
apriva, al contempo, canali di comunicazione tra donne
di città e di campagna, che mettevano in luce le durezze
della vita contadina.
Pertanto, paradossalmente, i legami intrecciati tra
le militanti fasciste e le donne che tentavano di
organizzare,
contribuirono allo sfilacciarsi del tessuto della
società rurale. Per quanto riguarda l'esercizio di una
nuova leadership all'interno del proprio nucleo
familiare, esso consentiva la diffusione delle pratiche
di gestione razionale delle donne appresa durante le
lezioni di economia domestica (fortemente ritenuta come
scienza dalla piemontese Maria Diez Gasca, che diresse
il mensile "Casa e Lavoro" dedicato alla
razionalizzazione del lavoro domestico). Tale
insegnamento, in quanto organizzato da donne per altre
donne, era anche lo strumento attraverso il quale le
esponenti delle classi superiori, prive di altri canali
di espressione politica, potevano legittimare la
funzione guida tanto della loro classe che del loro
sesso sugli strati sociali inferiori.
Una donna con più ruoli. In quanto madri, le donne
dovevano far quadrare il cerchio: nutrire ed educare i
figli con scarse risorse ed a fronte di livelli di
inadeguatezza in crescita; trovare lavoro mentre le
discriminazioni contro l'occupazione femminile
aggravavano le condizioni della forza lavoro
dequalificata, instabile e disorganizzata; orientarsi
nel labirinto della burocrazia assistenziale agendo, per
necessità e costrizione, come persone pubbliche, mentre
l'ideologia ufficiale le dipingeva come angeli del
focolare. In quanto spose, dovevano costituire un
rifugio per i propri uomini, intimoriti ed abbattuti. In
quanto sorelle o figlie non ancora sposate, era loro
richiesto l'adempimento di funzioni materne, senza alcun
tipo di riconoscimento sociale.
Alle donne veniva imposto di mettere il cibo in
tavola e fabbricare carne da cannoni. Nel momento in
cui la dittatura fascista iniziò ad attuare una politica
estera più aggressiva e la prospettiva del sacrificio
dei figli e dei mariti si faceva minacciosamente vicina,
le mogli, le madri, le sorelle e le figlie iniziarono a
cercare nuovi motivi di solidarietà nei legami familiari
e nelle associazioni religiose. Mai articolate in un
movimento organizzato, le voci delle donne, che
risuonavano alle fontane pubbliche, nei cortili delle
case popolari, ai cancelli delle scuole ed alle
bancarelle dei mercati, divennero mute quando Mussolini
chiese sacrifici per la Patria. Un'attenzione
particolare merita il rapporto del fascismo con la
gioventù femminile. Le generazioni dopo la Grande Guerra
avevano occasioni di divertimento completamente diverse
da quelle delle loro madri, in quanto la cultura di
massa le metteva a contatto con costumi sociali e
sessuali maggiormente commercializzati ed apparentemente
liberi.
Più precisamente, sotto il regime crebbero due
generazioni di italiane: la prima divenuta adulta quando
il fascismo salì al potere sulle macerie del terremoto
sociale scatenato dal primo conflitto mondiale; la
seconda giunta alla maturità all'apice della dittatura,
sotto l'influenza dell'emergente cultura di massa. Le
prime, disinibite dall'assenza degli uomini durante la
guerra, con le prospettive matrimoniali distrutte o
rinviate dagli avvenimenti bellici, erano deluse
dall'Italia liberale. La seconda generazione era la
componente femminile della Gioventù del Littorio ed
erano toccate dalla cultura cosmopolita di massa
proveniente dall'America attraverso film, canzonette,
moda, romanzi.
Coincise in gran parte col periodo fascista la
diffusione in Italia della nozione moderna di
adolescenza, concepita come una fase di libertà. Il
matrimonio, anche se visto come riduzione della stessa,
era molto atteso. L'età media per le nozze delle ragazze
si mantenne sui 24/25 anni. Solo nel caso in cui le
ragazze dovevano accudire genitori anziani o fratelli
disabili era probabile che non si sposassero. Una
signorina che si avvicinava alla trentina non ancora
fidanzata vedeva agitarsi dinanzi a sé lo spettro della
zitella, un attributo che, nel senso comune, pesava più
di uno stigma sociale. Denotava una condizione fisica e
morale, un'incapacità ad ispirare i sentimenti, per
difetti fisici, cattivo carattere o mancanza di dote. |
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